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La montagna dei camosci

STEFANO UNTERTHINER - Novembre 2012

Novembre, Parco Nazionale del Gran Paradiso. Ormai è quasi un’ora che sono accovacciato nella neve, la macchina fotografica sul cavalletto e il berretto ben calato sulla fronte. Il freddo inizia a entrarmi nelle ossa. Il cielo è coperto: basse nuvole nascondono il fondovalle e qualche fiocco di neve cade indolente in un silenzio grigio e ovattato. A qualche metro di distanza due maschi di camoscio si stanno confrontando per il possesso del territorio (e delle femmine). I due animali si girano attorno tenendo le zampe diritte, la criniera di peli irta sul dorso e la testa alta a mostrare i temibili uncini delle corna; di tanto in tanto si scrollano con vigore e strofinano le ghiandole poste alla base delle corna contro un arbusto o un filo d'erba. È un vero e proprio duello ritualizzato con il quale i due animali tentano di intimidirsi a vicenda. D’un tratto, il maschio più grosso decide di passare dalle minacce alle “vie di fatto”: si avvicina all'altro animale, abbassa la testa e carica il rivale, che si dà precipitosamente alla fuga. I due camosci iniziano a inseguirsi: percorrono in pochi istanti tutto il vallone, risalgono un canale ghiacciato e balzano rapidi tra le rocce coperte di neve; poi le parti si invertono: l'inseguitore diventa l’inseguito e i due animali tornano indietro a tutta velocità passando a qualche decina di metri dal punto in cui mi trovo, pronto a scattare. Un bel colpo di fortuna!

Anche questo novembre, come ogni anno, sono sulle montagne di Cogne, nel cuore del Parco del Gran Paradiso. E come ogni autunno sono qui per fotografare i camosci. Novembre è il periodo migliore per osservare questa specie e la valle di Cogne è uno dei miei luoghi preferiti. Durante la stagione riproduttiva, con un po’ di pazienza e voglia di camminare, è possibile osservare i comportamenti che i maschi utilizzano per delimitare i confini del loro territorio, i display esibiti durante i duelli ritualizzati, gli inseguimenti e il complesso cerimoniale di corteggiamento. Inoltre, in questa stagione, i camosci perdono un po’ della loro naturale diffidenza ed è più facile avvicinarli e riuscire a fare qualche bella osservazione; e magari qualche buono scatto. Ricordo che quando ero ragazzo era difficile incontrare qualcuno sui sentieri ghiacciati del Parco. Oggi, sempre più appassionati (e non solo fotografi naturalisti) raggiungono le valli del Gran Paradiso per osservare le esibizioni dei camosci durante la stagione riproduttiva. Un bell'esempio di come si possa fare turismo anche fuori stagione. Certo, un turismo di nicchia, ma quanti potenziali turisti conoscono le tante possibilità di fare specifiche osservazioni naturalistiche dentro e fuori le aree protette della Valle d'Aosta? Sono certo che il turismo naturalistico ha ancora enormi potenzialità da sviluppare e sopratutto da comunicare. Ed è proprio questo uno dei principali obiettivi del progetto VIVA: valorizzare e diffondere la natura valdostana. Un turismo che dovrà però essere accompagnato e guidato: non solo per avvicinarsi con rispetto agli animali, ma anche per aiutare il visitatore a conoscere gli animali e comprenderne i diversi comportamenti.

Altro esempio di stagione, è lo spettacolo messo in scena a dicembre dagli stambecchi. Terminata la stagione degli amori del camoscio, inizia infatti il periodo riproduttivo dello stambecco. È di nuovo il momento giusto per risalire i sentieri del Gran Paradiso o del Mont Avic, ma anche per provare a cercare questo maestoso animale fuori dal Parco. Questa specie non è infatti cacciabile ed è ormai possibile osservarla facilmente anche fuori dalle aree protette; per esempio, sulle pendici dello Zerbion o nella Val Ferret. E qui non posso che interrogarmi su quanto l'attività venatoria sia un reale freno allo sviluppo di un vero turismo naturalistico in tante valli valdostane: dove si pratica la caccia, la presenza faunistica diventa un mero fantasma. Così come quei tanti turisti appassionati di natura che si vorrebbe poter accogliere in Valle d'Aosta.