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Desidero raccontarvi un’esperienza 

Roberto Andrighetto,

fotografo naturalista valdostano, da più di 20 anni alla ricerca dei “misteriosi” e affascinanti abitanti delle Alpi,

racconta uno dei suoi “viaggi”.

«Desidero raccontarvi un’esperienza che ho vissuto quest’anno a inizio inverno. Un viaggio dove si dimostra che la fotografia naturalistica, in particolare la caccia fotografica, riserva sempre un’infinità di sorprese. Molte volte parti, sei convinto di ottenere dei risultati e rimani deluso, altre volte inizi il percorso demotivato e raggiungi risultati incredibili.

Con un mio amico, decidiamo di andare in Val di Rhêmes, una zona dove è abbastanza facile osservare il Gipeto.

Giunti al caratteristico villaggio di Thumel, prendiamo la strada che arriva al rifugio Benevolo, seguiamo la strada in modo da osservare costantemente i costoni rocciosi dove gipeti ed aquile sono visibili più facilmente. Alla partenza ci troviamo di fronte un paesaggio desolante….. erba marrone, pochissima neve: la situazione peggiore! Decidiamo per una breve passeggiata e prenotiamo pranzo, per le 12.30, in un locale della zona.

Durante l’escursione, in questo ambiente abbastanza triste, riusciamo comunque ad avvistare qualche camoscio, poi, verso le 11.30 decidiamo di tornare indietro, per arrivare in tempo al ristorante. Improvvisamente vedo spuntare delle corna di stambecco. Avviso l’amico ristoratore del ritardo e continuiamo. Arriviamo al ponte che attraversa la Dora di Rhêmes e troviamo un gruppo di stambecchi che riusciamo a fotografare. A un certo punto alziamo la testa e vediamo un gipeto adulto che ci passa sopra. Iniziamo a scattare, l’adrenalina sale. Subentra la voglia di fare ancora un pezzo di strada, anche perché più in quota i paesaggi si presentano finalmente innevati, affrontiamo un traverso, e dall’altra parte della valle ci troviamo di fronte a delle cascate di ghiaccio. Avvistiamo un altro gipeto, un giovane. Ci diciamo: “speriamo passi davanti al ghiaccio”, e lui incredibilmente ci accontenta!. La giornata si sta arricchendo di incontri e situazioni eccezionali e così decidiamo di proseguire. Ormai la fame è un lontano ricordo. Arriviamo a una pietraia, appena sotto il Benevolo, racconto al mio amico che, qualche anno prima, proprio in quella zona, ero riuscito a fotografare la lepre variabile. Mi chiede di accompagnarlo a vedere il posto. Arriviamo e guardando con il binocolo vedo delle tracce di pernice bianca. Ci avviciniamo attraversando una pietraia innevata per valutarle. Sembravano tracce del giorno prima, decidiamo quindi di tornare indietro. Dopo pochi metri, a quel punto inaspettatamente, con la coda dell’occhio, intravvedo una pernice bianca spuntare e zampettare immersa nel terreno innevato, con dietro un cielo diventato meravigliosamente blu. Ci fermiamo e iniziamo a fotografarla, l’emozione è indescrivibile. In una giornata, senza molte aspettative, siamo riusciti a trovare nell’arco di un paio d’ore camosci e stambecchi, due gipeti e una pernice bianca. Un viaggio indimenticabile. Incontri che ci porteremo  dentro per sempre.

Ogni foto di fauna alpina è diversa dall’altra: trovi ambientazioni diverse, vivi in modo differente le giornate, dipende se sei solo o in compagnia, personalmente, in montagna vado da solo o con persone che si muovono con la mia stessa passione. In tre, si è già troppi. Occorre grande intesa: quando incontri un animale bisogna sapersi destreggiare. L’elemento base, per fare delle buone foto di fauna, è una sfida di pazienza con l’animale che trovi, soprattutto con queste specie di alta quota. La prima cosa è fermarsi e non tentare di inseguirlo, anche se lo vedi sparire. Devi conoscerne le abitudini, la pernice bianca, per esempio, se riesci a non spaventarla, non vola via, ma si sposta camminando. Non ama volare, è molto pigra. Occorre valutare i tempi di adattamento dell’animale alla tua presenza. Occorre fargli capire che non sei un predatore, evitare ogni movimento brusco o rapido. E’ importante riuscire a entrare in sintonia. Se intravedo un camoscio che mi guarda, mi fermo, immobile, lo stesso con una marmotta. Poi se vedo che si rilassa e magari incomincia a brucare, capisco che mi ha accettato. Con una  lepre variabile sono riuscito a mangiare il panino, a pochi passi da lei… Sono riuscito a stare accanto a delle pernici che dormivano. Fotografarle mentre avevano gli occhi chiusi è stato incredibile, il massimo dell’accettazione della mia presenza. Ovviamente anche gli animali non hanno sempre gli stessi comportamenti: a volte sono più nervosi e diffidenti, tengono delle distanze di sicurezza maggiori. Oppure, per esempio, nel periodo degli amori, sono molto più confidenti, perdono l’inibizione verso il pericolo».

Dopo circa 20 anni di esperienza, Roberto riesce a capire lo stato d’animo dell’animale, se è inquieto, se si lascia avvicinare, quanto tempo deve dargli affinché si abitui alla sua presenza.

La pazienza e la lentezza sono i due elementi fondamentali per l’approccio. Gli animali hanno ritmi diversi rispetto a noi umani, non hanno ansie, se non quelle legate alla predazione. Hanno tempi contrari ai nostri. Se impariamo ad adattarci ai loro ritmi, riusciamo a entrare in contatto.

 

«Quando ho iniziato a fotografare – racconta - l’obiettivo era di avvicinarmi il più possibile all’animale, impostare l’immagine a pieno fotogramma, avevo l’ansia di raccogliere tutte le foto di fauna alpina possibili, ero un po’ in competizione con me stesso. Non riuscivo a vivere la montagna, mi muovevo male. Poi ho imparato a immergermi nella natura, preferibilmente da solo. Da solo fai meno rumore, hai un’attenzione assoluta a ogni minimo movimento, non ti distrai. Entri in relazione con la specie vivente che immagini ci sia. Adesso faccio le foto con un altro spirito, godendomi la montagna, anche le immagini sono diverse, con grandi ambientazioni minimaliste. L’animale non è più il soggetto in primo piano, ora mi piace inserirlo in un ampio contesto del suo habitat. Probabilmente si tratta di un percorso: sono più tranquillo, non mi interessa più la prestazione fotografica, desidero fare delle foto dove più che il soggetto, vale l’immagine nel suo complesso. Ora punto molto sul gioco di queste emozioni.

Per Roberto la montagna è terapia, nel senso profondo dello stare bene con se stessi, gli permette di rilassarsi e di disintossicarsi. «Ovviamente – precisa – non potrei vivere la montagna come competizione, con frenesia, cronometrando il percorso. Io cammino lentamente, continuo a guardare e a osservare ciò che mi circonda. Spesso non è importante raggiungere una meta, l’importante è ciò che si trova lungo il percorso. Riesco ad assaporare la natura con lentezza».

Ricorda una frase di Mario Rigoni Stern: “Qualche ora prima che arrivi, sento l’odore della neve….”.

Fotografo Roberto Andrighetto   VIVA - Valle d'Aosta unica per natura