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Corrado Binel, paesaggio e aree protette

Un nuovo paradigma.

All’inizio del XX secolo sono sorte le prime aree protette europee. E’ questo il caso, tra altri, del parco nazionale di Sarek, nella Lapponia Svedese dove le visite erano limitate e non esisteva la possibilità di alloggio. Tuttavia, con il costituirsi di luoghi di protezione in aree meno remote del Continente, la prospettiva è profondamente mutata ed è cresciuto il dibattito scientifico e di gestione territoriale circa le forme di una possibile compatibilità tra protezione e sviluppo socio-economico.

Protezione dell’ambiente e sviluppo territoriale e economico rappresentano due poli opposti, che nella cultura del Novecento sono stati alla ricerca del punto di un possibile dinamico equilibrio. Molte esperienze di rilievo, in Europa e non solo, dimostrano non tanto la potenziale inconciliabilità degli opposti, quanto piuttosto che il punto di equilibrio possibile è quello della qualità dello sviluppo, dove per qualità si intende un complesso di approcci concettuali e progettuali, di gestione attiva del territorio, di mitigazione degli impatti, ovvero di costruzione di uno specifico modello territoriale e socio-economico.

In questa prospettiva, i Parchi e in generale le aree protette, hanno forse il dovere di essere un laboratorio, ovvero un luogo di sperimentazione e di confronto sulle forme possibili di uno sviluppo sostenibile. Questo, riassunto in poche parole è il cuore di un confronto che ha caratterizzato una lunghissima fase che va, almeno in Valle d’Aosta e in Italia, dagli anni ’60 fino ad oggi. Ma siamo sicuri che il problema continui a porsi in questi termini e che non vi siano elementi di novità?

La mia esperienza, di direttore della Fondation Grand-Paradis prima e di presidente del Parco Naturale Mont-Avic poi, mi ha permesso di riflettere lungamente su queste questioni e di maturare nel corso del tempo una visione, forse interessante, forse discutibile, ma che credo possa essere serenamente espressa e, eventualmente, oggetto di un confronto aperto. Per fare un passo avanti devo però ancora fare un passo indietro. Quando pensiamo all’idea di “patrimonio” pensiamo ad una idea di valore e nel linguaggio comune, il più delle volte, ci riferiamo al patrimonio artistico e culturale su cui si concentra ormai da lungo tempo un’azione di riconoscimento e di valorizzazione. In realtà, più ci avviciniamo a noi, più questa accezione diventa insufficiente a cogliere il senso di questo processo.

Al patrimonio mondiale dell’Unesco sono iscritti anche, per fare alcuni interessanti esempi, i vigneti di Lavaux non lontano da Losanna, l’Orto botanico di Padova, l’insediamento industriale di Crespi d’Adda, i paesaggi vitivinicoli delle Langhe, Roero e Monferrato, le strade francesi per Santiago di Compostela o ancora in Svizzera lo Jungfrau-Aletsch-Bietschorn e ora anche la Ivrea olivettiana. Nuovi elementi che caratterizzano il nostro paesaggio culturale ma anche economico sono riconosciuti per il loro valore “patrimoniale” e concorrono a pieno titolo alla performance dei singoli territori.

La consapevolezza di questo processo è ormai piuttosto diffusa ma meno diffusa è la consapevolezza di quanto anche questo ulteriore passo in avanti del processo di patrimonializzazione dell’economia sia già accompagnato da ulteriori e più diffuse azioni territoriali. Provo a fare alcuni esempi diversi tra di loro. Negli anni Settanta avevamo tutti, anche i più lungimiranti, la netta sensazione di una crisi irreversibile di gran parte dell’agricoltura valdostana; eppure provate a guardare delle foto del paesaggio di Aymavilles o di Chambave negli anni Settanta e confrontatele con quelle di oggi. All’abbandono di allora si è sostituito oggi uno dei distretti vitivinicoli più avanzati della Valle d’Aosta con riconoscimenti a livello nazionale e non solo.

Analoghi esempi si possono fare anche in altri settori della nostra agricoltura. Facciamo una altro esempio. Negli anni Settanta e Ottanta il turismo valdostano era concentrato nelle grandi stazioni di sci e in piccola parte nella città di Aosta e in alcuni siti puntuali del nostro territorio. Alcuni osservatori di allora, in modo perfino provocatorio, avevano visto paradossalmente di buon occhio la crisi della neve per lo stimolo che avrebbe potuto rappresentare verso una diversa e ben più complessa e performante visione del turismo. Se guardiamo lo stesso tema con gli occhi di oggi, quegli anni sembrano un passato remoto. Le stazioni di sci hanno dovuto trovare soluzioni di sopravvivenza come l’innevamento artificiale ma si sono anche lentamente sviluppate nuove azioni di riqualificazione e patrimonializzazione territoriale che hanno profondamente modificato l’assetto della fruizione turistica della Valle d’Aosta.

Oggi assistiamo già ad un profondo processo di trasformazione anche dell’accoglienza, il parziale superamento di un modello fondato sull’offerta alberghiera e le seconde case verso una ricettività diffusa che risponde da un lato ad un fenomeno globale favorito dal web ma dall’altro è anche il sintomo della “sovrapatrimonializzazione” delle famiglie valdostane a fronte di una tendenza alla diminuzione del reddito. Fenomeno quest’ultimo posto in evidenza già diversi anni or sono da Giuseppe De Rita presidente della Fondazione Courmayeur Mont-Blanc. Il fenomeno più interessante di questo processo è la trasformazione di alcuni prodotti  in “patrimoni” e nell’identificazione di questi valori con una dimensione territoriale. Solo attraverso questa definizione forse in un certo senso “estrema” si può cogliere però il senso più profondo di questo processo.

Questa riflessione potrebbe continuare in molte direzioni tutte stimolanti e dense di conseguenze ma lo spazio è poco e quindi attirerò per concludere la vostra attenzione solo su un ulteriore elemento. Non so quanti di voi abbiano visto o visitato il “dispositivo visuale” di Matteo Thun sopra Merano, chi gli interventi di Werner Tscholl sul Passo del Rombo tra Alto Adige e Stubaital, chi la balconata nel vuoto del Dachstein o ancora il Top of Tirol o il nuovo percorso di visita del lago di Carezza, ma credo che tutti abbiano colto che anche in questo senso è in corso una straordinaria trasformazione dei modi di fruizione del paesaggio e dell’ambiente naturale. Quanto appena citato tende a costruire quello che io chiamo un “superpaesaggio”, ovvero uno luogo del tutto analogo a quello accanto ma caricato di una dimensione simbolica di una straordinaria forza comunicativa. Questi luoghi del “superpaesaggio” hanno un ruolo crescente nel contesto del marketing territoriale ma svolgono anche un compito importante nel controllo e nella gestione dei flussi, limitando gli effetti negativi dell’impatto umano sui paesaggi sensibili.

L’insieme di questi processi paralleli, fin qui così sommariamente descritti, configurano i contorni di un modello economico fortemente correlato a numerosi processi di valorizzazione patrimoniale e sottende a sua volta anche un modello di società altamente inclusivo e partecipativo, capace di valorizzare le migliori risorse umane e intellettuali e di dare ai giovani più di un motivo di speranza nel futuro. E vengo così alle conclusioni di questo tortuoso percorso.

La mia personale opinione è che in Valle d’Aosta sia ormai necessaria una radicale rivoluzione di prospettiva sul tema del paesaggio e ovviamente per estensione sul tema della aree protette che non sono che un tassello particolare e di eccellenza all’interno di un contesto eccellente e fragile allo stesso tempo. Il tempo degli atteggiamenti normativi finalizzati a tacitare alcune coscienze è ormai alle corde. La sfida del prossimo futuro è di tutt’altra natura e richiede a tutti noi la capacità di mettere in campo un’azione culturale e politica coraggiosa e lungimirante che porti al riconoscimento non formale ma sostanziale del nostro paesaggio come patrimonio comune.

Il secondo elemento è la costruzione di un intero dispositivo che consenta di mettere in campo sempre più numerose risorse umane e competenze affinché il nostro territorio tutto e le nostre aree protette in particolare, possano svolge un ruolo attivo all’interno di un modello economico e di società che non si fondi più sul consumo delle risorse paesaggistiche ma sulla loro valorizzazione. Certo è un cambiamento di paradigma, ma le società immobili non sono destinate ad avere un futuro.

Laghi della Barma